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Kastangia burda, Castànza de India

Ippocastano

Nei giardini, nei parchi, nei viali, nelle case cantoniere e nei giardini di scuole o di edifici pubblici si può

...

Carnevale, ogni dolce vale

Casalinghe disperate... mai♥

I frutti dimenticati

Giuggiola, ciliegia, mela appicadorza, mandorle, nespole: nomi che ci riportano bambini, amorevoli vezzeggiativi con cui eravamo chiamati noi, "i più piccoli della famiglia". I loro colori e il loro profumo ci rimandano al bosco, alle foglie cadute, alle risate  con gli altri bambini arrampicati sul tronco degli alberi per raccogliere il frutto più in alto. Belli, succosi e vellutati, i frutti dimenticati dai più, hanno origini orientali, provengono dal nord Africa o addirittura dalla Siria.

In Europa la loro coltivazione ha origini antichissime, furono proprio gli antichi romani a diffonderli in tutto l'impero, dopo le campagne di conquista e ad attribuire loro questi nomi esotici.
Fin dal tardo Medioevo, durante l'autunno i cespugli spontanei, le piante coltivate negli orti e i frutteti di casa regalano gli "esotici frutti dimenticati" e vengono conservati per il consumo nei mesi più freddi. Pensiamo alle nespole, alle mele cotogne, alle noci, alle melagrane, alle giuggiole, alle ciliegie, alle pere e alle prugnole, tutti frutti dimenticati, chiamati anche frutti del passato.

InsulaGolosaRicette vuole ritornare al futuro e riassaporarli.

 

CILIEGIA CARRUFFALE o TARDIVA
Cariàsia, Carruffali

ciliegia carruffaleDiffusa in Sardegna fino a qualche decennio fa, la ciliegia tardiva è una varietà  molto interessante per le dimensioni del frutto e le caratteristiche organolettiche. L’albero, di vigore medio, ma con portamento espanso, regala una produttività elevata e costante soprattutto sui dardi. La fioritura avviene intorno alla terza decade di marzo. Il frutto si presenta piccolo, dalla tipica forma sferoidale appiattita, dal colore rosso chiaro. La sua polpa è color crema, molto succosa.
La ciliegia appena raccolta è ricca di vitamina A, B e C e minerali come potassio, fosforo, calcio, ferro e magnesio. Diuretica e lassativa, la ciliegia è un potente depurativo, specie se indenn
e da trattamenti chimici, così come le migliori coltivazioni vorrebbero. Una cura primaverile a base esclusivamente di ciliegie, aiuta a eliminare scorie e tossine e migliora le difese dell'organismo. Consigliata a chi soffre di dolori articolari e può essere consumata anche dai diabetici.

 

CILIEGIA FURISTERA
Kariasa ’e ispiritu

CiliegioÉ un albero debolmente vigoroso ma con un'elevata produttività. La fruttificazione si ha in prevalenza sui dardi. Fiorisce nella prima decade di aprile e fruttifica a maturazione intorno alla seconda decade di giugno. La furistera, raccolta sempre a maturità, ha una polpa di colore rosa pallido e una consistenza compatta dal sapore poco aromatico ma gradevole.  Il suo sinonimo “kariasa ’e ispiritu” deriva dalla conservazione che si usa farne nel Nuorese e non solo: le ciliegie, riposte sul fondo di barattoli di vetro, vengono ricoperte con ottima acquavite di vino: dopo qualche settimana "a riposo" possono essere consumate. Una vera squisitezza.

 

GIUGGIOLO
Dattero cinese

giuggiolo

Il giuggiolo, Ziziphus jujuba, è un albero da frutto appartenente alla famiglia delle Rhamnaceae, noto anche come zizzolo, originario dell'Africa settentrionale e della Siria. Pare che sia stato successivamente esportato in Cina e in India, dove viene coltivato da oltre 4000 anni, tanto che viene denominato anche dattero cinese. I romani lo importarono per primi in Italia: una leggenda vuole che il giuggiolo fosse il simbolo del silenzio, e come tale adornasse i templi della dea Prudenza.

Nell'Odissea Omero narra che Ulisse e i suoi uomini, approdarono all'isola dei Lotofagi, l'odierna Djerba, in Tunisia, dopo una tempesta. Alcuni dei suoi uomini, nell'esplorazione dell'isola, si lasciarono tentare dal frutto del loto, un frutto magico che fece loro dimenticare le famiglie, le mogli e la nostalgia di casa. È probabile che il loto di cui parla Omero sia proprio un giuggiolo selvatico e che l'incantesimo dei Lotofagi non fosse provocato da narcotici ma soltanto dalla bevanda alcolica che si può preparare coi frutti del giuggiolo. La stessa bevanda a noi conosciuta come "Brodo di giuggiole" che non è altro che un antico liquore, già conosciuto a Egizi e Fenici, come ci raccontano gli scritti di Erodoto.

Una specie affine, lo Zizyphus spina-christi, è ritenuto dalla leggenda una delle due piante che servirono a preparare la corona di spine di Gesù. L’altra sarebbe il Paliurus spina-christi.

In Sardegna il giuggiolo lo troviamo nei giardini di vecchie case coloniche. Si sceglieva la zona più riparata dal vento e bene esposta al sole, solitamente adiacente alla casa perché si riteneva fosse una pianta portafortuna. Il suo nome in sardo è Gingiul de arbra, Ginjol de abre, Sisaba, ZinzuluL'albero può arrivare ad un'altezza che va dai 5 ai 12 metri, le foglie sono di un verde brillante. La struttura dell'albero è molto articolata ed i rami sono ramificati e contorti con una corteccia molto corrugata; i rami sono spesso ricoperti di spine.

Il giuggiolo produce, oltre che un gran numero di fiori di piccole dimensioni dal colore bianco verdastro, dei frutti grandi più o meno quanto un'oliva, con buccia di colore dal rosso porpora al bruno rossastro, e polpa giallastra. Le giuggiole si raccolgono da settembre a ottobre. Se non ancora matura la giuggiola, ha un sapore simile a quello di una mela. Con il procedere della maturazione tuttavia, il colore si scurisce, la superficie si fa rugosa e il sapore diviene via via più dolce, fino ad assomigliare a quello di un dattero. Le giuggiole si consumano sia fresche, appena colte dall'albero, sia quando sono leggermente raggrinzite.

 

MANDORLO SARDO
Mandorla Arrubbia o Schina de Porcu
 

mandorlo in fioreGià presenti sul territorio isolano nel lontano Medioevo, gli alberi di mandorle sono vigorosi ed eleganti con i loro meravigliosi fiori bianchi e rosa. In primavera trionfano fioriti nelle campagne e nei bordi nelle strade, disegnando il paesaggio sardo con scenari suggestivi ed emozionanti, che tanto ricordano le iconografie orientali. I mandorli sono sempre stati apprezzati per l'ottima produttività e per la buona fruttificazione; già il La Marmora ne documenta l'esportazione verso la Francia agli inizi del secolo scorso. Il territorio cagliaritano era quello più produttivo con le prime grandi coltivazioni specializzate. Ma negli anni '50 assistiamo ad un lento declino. Le campagne si spopolano e gli alberi di mandorlo sardo vengono abbandonati insieme all'agricoltura.
Il frutto del mandorlo ha un mallo di colore rosso scuro che si distacca con facilità. La superficie si presenta rugosa, con pori grandi e radi, dal dorso poco incurvato. Il frutto all'interno del guscio si presenta lungo 39 mm, largo 28, e spesso 18 mm. Ogni mandorla ha un peso che varia, in media di circa 7 grammi e si riconosce dal gusto classico e rustico sapore. La mandorla sarda ha un maggior contenuto di olio, minor contenuto di acqua e profumi decisamente intensi. Ricca di grassi  insaturi, e di vitamine E, di magnesio e di proteine vegetali di qualità. Le mandorle vengono usate sia tostate che crude in tutta la pasticceria. Indimenticabili i gueffus, il gattò, l'aranzada e soprattutto gli amarettiE poi ancora il torrone, copulettas, i papassini e i sospiri.

   

MELA APPICADORZA
Mela 'e ferru

mele sardeL'alberello della mela 'e ferru è una varietà di melo presente soprattutto sul territorio del Montiferru sin da epoca Giudicale. L’albero della Appicadorza fiorisce nelle prime due settimane di maggio, dipingendo orti e giardini con i suoi fiori delicati; le mele vengono raccolte alla fine di settembre. Il periodo di consumo ideale è nei mesi di ottobre-dicembre, però, nel caso in cui il prodotto è ben conservato, il periodo di mantenimento si allunga. La sua particolarità, oltre alla caduta prematura del frutto, è data dalle metodiche di lavorazione del frutto. La sua maturazione avviene sulla pianta ma si usa anche raccogliere le mele non ancora mature e legarle con un filo di ferro a grappolo e poi appenderle fino al consumo (da qui il nome Appicadorza, in sardo'e ferru, il filo di ferro che si usa per legarle). In alternativa si usa farle maturare nella paglia. Quando il frutto emana un forte profumo significa che è giunto a maturazione. 

 

MELOGRANO
Mela con i semi o Granada

Melograno

corona melogranoIl termine melograno deriva dal latino malum (mela) e granatum (con semi). La stessa origine è presente anche in inglese “Pomegranate”, e in tedesco “Granatapfel” (mela coi semi). Era noto con il nome di "apple of Grenada" (mela di Granada). La cultura popolare vuole che il melograno sia un prodigio di Madre Natura, vista la sua capacità di crescere e sopravvivere in habitat semi-desertici e ostili. Il clima arido estivo ed le temperature invernali tipiche del Mediterraneo non sono garanzia contro ogni tipo di malattia, anche se si potrebbe pensare il contrario.
La pianta è di grande bellezza quando fiorisce ed è molto scenografica quando produce i frutti brillanti terminanti con una corona. Il melograno fa mostra di sé non solo in campagna e negli orti ma anche nei parchi e giardini; anche la varietà nana che viene coltivata in vaso sui terrazzi è molto decorativa ma produce frutti non commestibili.
Non solo. Già Ippocrate, padre della Medicina, attribuì al melograno poteri curativi: la corteccia delle radici prelevata in primavera o in autunno, e la scorza dei frutti raccolta in autunno, ricche di tannino, vengono tagliate a pezzetti e fatte essiccare all'aria. Da qui si ottiene una polvere, utilizzata come decotto, che ha proprietà tenifughe, astringenti, e sedativo nelle dissenterie; per uso esterno il decotto ha proprietà astringenti, per clisteri o irrigazioni vaginali. I preparati a base di corteccia di radici sono estremamente pericolosi, provocando fenomeni di idiosincrasia. La melagrana contiene delle sostanze attive nel mantenere in salute le arterie, l’apparato cardiocircolatorio in genere, e allontanare il rischio di malattie cardiache, infarto e ictus. In più può anche invertire i danni causati dal cibo spazzatura.
I semi eduli ricchi di vitamina C, hanno proprietà blandamente diuretiche, si usano anche per la preparazione di sciroppi e di bibite ghiacciate (“sherbet”, “sorbet”, “granatina”). Le scorze dei frutti hanno anche proprietà aromatiche e vengono utilizzate per dare il gusto amarognolo a Vermouth e aperitivi.

 

MELO COTOGNO
Frutto di Afrodite

melocotogno in fioreIl melo cotogno è un albero antico ma ha subito poche modificazioni da parte dell’uomo. Conosciuta già dai Babilonesi, nella mitologia greca la mela cotogna era un frutto consacrato ad Afrodite, simbolo di fecondità e ritenuto un pegno di amore: le giovani spose avevano l'obbligo di mangiare una mela cotogna prima di accedere al talamo. Tutt’altro significato si ha quando è tenuta in mano da Gesù Bambino: come la mela o il melograno, diventa il simbolo della redenzione.
Le mele cotogne sono poco coltivate in quanto tali, e molto spesso i cotogni entrano nel frutteto come porta-innesti di peri e meli, in quanto permettono di ottenere alberelli più forti e più produttivi. Le mele cotogne hanno un sapore unico e un aroma incredibile. Come la maggior parte delle mele, anche le mele cotogne hanno un buon contenuto di vitamine e fibre alimentari;  il sapore astringente è dato alla forte presenza di tannini, il cui consumo è utile per la peristalsi intestinale, ed hanno anche proprietà toniche ed astringenti. Vantano anche un buon contenuto in sali minerali, tra cui magnesio, potassio e fosforo. Nella tradizione contadina si usava utilizzare le mele cotogne come profumatori di cassetti e armadi: il loro profumo intenso e amarognolo si sparge dolcemente in ogni ambiente chiuso.

 

MELONE IN ASCIUTTO
Melone de jerru

melone in asciuttoVoglio inserire il melone coltivato in asciutto tra i frutti dimenticati, perché la sua tecnica di produzione e conservazione è molto antica. In sardo lo chiamiamo melone de jerru, "melone di inverno". Si coltiva durante l'estate ma si consuma in inverno. La sua coltivazione è basata sulla scarsità d’acqua, un dato purtroppo frequente in Sardegna già dai tempi remoti. Dopo la mietitura del grano si prepara il terreno, arandolo e estirpando di continuo le erbe spontane. La semina avviene a fine primavera. Una volta che le piantine sono nate, vengono diradate per sfruttare meglio la fertilità del terreno. Alla fine dell'estate la terra ci regala il melone d'inverno dalla forma ovale e dalla buccia color verde scuro, con striature marrone dal peduncolo verso la base quando maturo.
Tutto il processo produttivo avviene senza alcuna irrigazione. Il periodo di conservabilità del frutto così prodotto può essere quantificato in circa 4 mesi. Il gusto dolce e saporito è inversamente proporzionale all’utilizzo d’acqua. I meloni ancora oggi vengono stoccati in magazzini un tempo utilizzati per la conservazione del grano dove la temperatura è costante tra i 16 e 20 gradi.

 

NOCE
Nuxi
 

NoceImportato in Sardegna da tempi molto antichi, il noce è un albero da frutto originario dell’Asia e dei Balcani, utilizzato anche per scopi ornamentali nei parchi, giardini. Predilige terreni freschi e permeabili  e si sviluppa fino ai 1000 metri di altitudine. Il noce è un albero elegante e, grazie alle foglie odorose se stroppicciate, emana un profumo gradevole di noce.
Viene coltivato in individui isolati, o in piccoli gruppi, per ricavarne l’ottimo frutto, tanto apprezzato e ricercato per il confezionamento dei dolci, come su pani 'e saba is pabassinas.
Anticamente si credeva che le streghe si radunassero sotto il noce per i loro sabba demoniaci. L’albero ha così conservato nel tempo un ruolo sinistro e tenebroso: non andava piantato vicino alle case perché la sua ombra era portatrice di disgrazie. Con la cristianizzazione però il noce si è trasformato da albero funesto in pianta benefica, associata, addirittura a San Giovanni: dal mallo, la polpa verde della drupa, delle noci raccolte nella notte di San Giovanni si ricava un ottimo liquore: il nocino, panacea per tutti i mali.

 

NESPOLA
Albicocca invernale

nespole acerbeL'albero del nespolo è diffuso in tutta Europa, ma le prime coltivazioni sono state rinvenute lungo le rive del mar Caspio, in Iran, in Turchia e poi in Grecia. La nespola, dalla forma tondeggiante con buccia sottile colorata di giallo arancio, assomiglia all’albicocca, ma si consuma d’inverno. Da qui il nome di Albicocca invernale in quanto assomiglia all'albicocca ma si mangia nei mesi freddi. Le nespole vengono fatte maturare nella paglia, per diversi mesi: fino a gennaio o febbraio. Da qui il detto: "con il tempo e con la paglia maturano le nespole". All’interno del frutto si trovano da uno a quattro semi piuttosto grandi, lucidi, di colore marrone scuro. La nespola è giunta a maturazione quando la polpa diventa morbida e il colore è vivo. La buccia, inoltre, deve risultare liscia ed uniforme, priva di grinze ed ammaccature. Anticamente ogni casolare di campagna aveva un nespolo nel proprio cortile: i contadini credevano che il nespolo potesse allontanare gli spiriti maligni e la sfortuna in generale. Scandiva anche il passaggio delle stagioni, in quanto è il primo albero a fiorire e l'ultimo a maturare; e ancora, una ricca fioritura del nespolo presagiva un abbondante raccolto.

 

PERA BIANCA DI BONARCADO
Pira bianca di Bonarcado

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La pera bianca di Bonarcado nel territorio di Montiferru è il frutto di un alberello vigoroso, con portamento espanso, di elevata produttività. La fruttificazione si ha in prevalenza sui rami misti e brindilli e l’epoca di fioritura è tardiva. L'epoca di maturazione cade nella seconda decade di ottobre; la pera ha una polpa di colore bianco brillante, dal sapore molto aromatico, di consistenza medio-grossa e succosità medio-elevata. La tradizionalità de sa pira bianca può essere attribuita alla sua antica presenza nei frutteti, ma anche alle metodiche di lavorazione. La maturazione del prodotto avviene solo sulla pianta ed il frutto è ricercatissimo per le sue ottime caratteristiche organolettiche.

 

PERA COMUSINA
Pira camusina

Pira camusinaNel passato la Pera Camusina era coltivata e tramandata attraverso la trasmissione dei semi da una generazione all'altra, all'interno del cerchio delle famiglie; ora è in via di estinzione, ma alcuni coltivatori e amanti della coltivazione biologica stanno cercando di salvare questo bellissimo albero, piantandolo negli orti e nelle campagne così come si faceva un tempo. L'albero de sa pira camusina è una specie autoctona, di medio vigore, con portamento intermedio e produttività alternante. La fruttificazione è distribuita sulle lamburde e l'epoca di fioritura è intermedia. La coltivazione è tradizionale nel senso che non si utilizzano forme di allevamento particolari. L’epoca di maturazione cade attorno alla terza decade di giugno e la raccolta è manuale. Il frutto, piccolo, ha la polpa bianca, dal sapore buono e molto aromatico, con consistenza soda. E' ottimo anche quando raggiunge a fine estate, ancora sull'albero, la colorazione scura. La pera, da un punto di vista nutrizionale, è un armonico complesso di sostanze nutrienti. E’ ricca di zuccheri naturali e semplici, è ricca di fibra e di potassio. Contiene infine la vitamina C. Facendo le dovute conclusioni, possiamo dire che è un frutto ottimo da consumare a colazione, come spuntino o a fine pasto.

 

POMPìA
Limone mostruoso

pompìaSa Pompìa è un agrume caratteristico e autoctono della Sardegna, diffuso in particolare nei comuni di Siniscola, Posada, Torpè, Orosei. Cresce spontaneo nelle macchie e negli agrumeti; molto probabilmente è un ibrido naturale sviluppatosi da incroci tra agrumi locali.
L'alberello, molto rustico e resistente, raramente si ammala; assomiglia ad un arancio ma i rami sono più spinosi. Il frutto è grande come un pompelmo con una buccia molto più spessa e rugosa, dal colore intenso e dal sapore troppo acidulo, tanto che non si consuma. La sua raccolta, manuale, inizia dalla metà di novembre fino a gennaio inoltrato.
Della 
Pompia si usa solo la scorza per fare liquori e creme liquorose, oppure la parte bianca sotto la scorza per fare le aranzade, una specie di canditi casalinghi.

 

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