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Kastangia burda, Castànza de India

Ippocastano

Nei giardini, nei parchi, nei viali, nelle case cantoniere e nei giardini di scuole o di edifici pubblici si può

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Carnevale, ogni dolce vale

Casalinghe disperate... mai♥

Agrifoglio

Olostru, agrivoddu

Agrifoglio

L'agrifoglio, simbolo dell'inverno e del Natale, è stata considerata una pianta portafortuna ancor prima del Cristianesimo. Si credeva proteggesse gli abitanti delle case da demoni e streghe. Tradizione vuole che fosse presente in tutte le case, anche delle famiglie più povere. Le sue bacche rosse simboleggiano la fertilità durante l'oscurità dell'inverno, e la promessa del ritorno della luce e del calore. La loro maturazione coincide infatti con la rinascita del sole al solstizio d'inverno. Il solstizio era simbolicamente rappresentato da una battaglia tra la quercia estiva e, appunto, l'agrifoglio invernale
L'agrifoglio è un arbusto sempreverde, ormai raro allo stato spontaneo. In Sardegna si trova solo nelle zone montane, fresche e piovose, anche se preferisce l'esposizione al sole. Può raggiungere l'altezza di 12 metri ma nella maggior parte dei casi si presenta come un cespuglio. Importante ricordare che è catalogato nelle specie protette.

Ha la corteccia grigiastra e le sue foglie coriacee, con contorno spinoso, sono verdi-azzurre; i fiori, bianchi o rosei, sbocciano in primavera e i frutti, rossi e grossi come piselli, maturano in autunno fino ad inverno inoltrato. Le bacche sono velenose e l'ingestione di appena venti bacche può essere mortale per un adulto

 

Carrubo

Carruba, Garrofa, Silibba, Silimba, Thilibba, Thilimba

carrubo

Il carrubo è un arbusto sempreverde con chioma tondeggiante e espansa. In Sardegna è conosciuto come Silibba e si trova soprattutto nelle zone orientali e meridionali. Non supera mai l'altezza di 10 metri. La sua crescita è lenta ma può vivere fino a 500 anni. Vive nei territori più caldi della macchia mediterranea accompagnandosi a olivastro, palma nana, fillirea maggiore, lentisco, mirto e altre specie arbustive ed erbacee. 
I frutti, le carrube, maturano tra agosto e settembre dell’anno seguente alla fioritura, che va da agosto fino all'inverno più freddo (gennaio-febbraio). Essi sono dei baccelli simili a quelli delle fave, lunghi fino a 20 cm e larghi 2-3 cm nel cui interno troviamo fino a 15 semi di carruba che, una volta essiccati, vengono macinati per la produzione della farina di carruba,  dal sapore di cioccolato, con cui si confezionano prodotti da forno e  biscotteria. Ma anche liquori e sciroppi.

I semi hanno la forma di lenticchie, detti carati, grazie al loro peso costante erano usati in passato per pesare oro e pietre preziose; da qui la denominazione "carati".
Nelle aree con una certa densità di piante, il carrubo è una pianta mellifera e bottinata dalle api e se ne può ricavare un miele uniflorale, dal profumo che ricorda il frutto e dal sapore inebriante. Il miele di carrubo è di difficile produzione, essendo un miele invernale. Interessante è  l'uso di estratti per la cura della raucedine.
Nonostante le sue ottime qualità, il carrubo fa parte dei frutti dimenticati, da riscoprire e coltivare. Si pensi che oggi il 72% dei carrubi italiani si trova in provincia di Ragusa, con una produzione in crescita anche grazie a un fiorente  export sui mercati di tutto il mondo.
Perché non replicare questo trend anche in Sardegna?

Castagno

Kastangia, 'astanza

ricci di castagno

Il castagno è un albero imponente, con lunghe fogli seghette e con frutti racchiusi in ricci spinosi che si schiudono da ottobre a novembre. I suoi fiori fioriscono a maggio fino a tarda estate: quelli maschili si presentano lunghi e gialli, mentre quelli femminili sono meno evidenti. La sua corteccia, bruno-rossa, si presenta rugosa e screpolata.
Cresce nelle zone montane fra i 700-1000 m di altitudine, in particolare nel Gennargentu, prediligendo i substrati silicei. Si ritiene che buona parte delle superfici forestali a castagno siano derivate da una rinaturalizzazione di antiche coltivazioni abbandonate nel tempo.
Il castagno produce la castagna, il tipico frutto boschivo dell'autunno, ricchissimo di sostanze amidacee, nutriente ed energetico, tanto che anticamente gli fu attribuito l'appellativo di albero del pane.
Il lavoro della raccolta delle castagne era molto faticoso. Si usciva di casa all'alba e si iniziava appena il sole illuminava il bosco, con la schiena abbassata verso terra. Si iniziava così presto, perché le castagne cadevano durante la notte e il padrone del castagneto aveva paura che qualcuno potesse rubargliele. Spesso, infatti la povera gente si procurava qualcosa da mangiare per qualche giorno, raccogliendo le castagne nei terreni vicini.
Nei giorni della raccolta, i castagneti erano animati dalle voci perlopiù femminili, perché erano le donne, giovani e anziane, che avevano questo compito: rastrellavano i ricci di castagna con un particolare rastrello dentato, da un lato, e dall'altro a punta. Dopo seguiva la la battitura (o pestatura) ovvero la sgusciatura delle castagne. A terra si abbandonava la pula, ottimo concime per il terreno, mentre nei cesti di asfodelo o di vimini venivano selezionate le castagne: più grosse erano destinate al consumo immediato mentre le più piccole all'essiccazione, ovvero all'esposizione diretta del sole. Con le castagne essiccate si produce ancora oggi la famosa farina di castagne, ingrediente base di pasta e dolci.
In Sardegna il castagno è è considerato un simbolo di ricchezza e benessere perché garanzia di buon cibo per i primi mesi dell'inverno. Tenere qualche ramo o foglia di castagno in casa porta serenità e protezione per tutti gli abitanti. 
Ancora oggi il suo legno viene utilizzato per la costruzione di cassapanche e taglieri intarsiati, di culle per i neonati, e botti per il vini locali. Ad Aritzo il legno di castagno è utilizzato per i balconi delle case antiche, il colore rosato del legno risalta sulle dure pareti di pietra. Anche le maschere dei Mamuthones, protagoniste del carnevale di Mamoiada, sono realizzate con legno di castagno.
Durante l’ultimo fine settimana di ottobre si svolgono diverse sagre dedicate alla castagna in tutta l'isola, ricordiamo quella di Desulo e di Aritzo che ogni anno culminano con la tipica castagnata.

Ippocastano

Kastangia burda, Castànza de India

Ippocastano

Nei giardini, nei parchi, nei viali, nelle case cantoniere e nei giardini di scuole o di edifici pubblici si può ammirare un albero molto appariscente e gradevole, è l'ippocastano.
Originario della penisola Balcanica, in Sardegna fu introdotto all’inizio del 1800 dal Marchese di Vallermosa a Villa d’Orri a Capoterra. Nei boschi e nelle foreste è praticamente inesistente.
Molto simile al castagno, l'ippocastano è un albero caducifoglio maestoso ed elegante, dall'aspetto tondeggiante; può raggiungere i 20-30 metri di altezza con una chioma allungata e ampia, molto ombrosa. Le sue foglie seghettate, sono di color verde brillante nella parte superiore e verde più chiaro in quella inferiore. In autunno assumono una tipica colorazione gialla-rossastra.  
L'ippocastano si distingue dal vero castagno, proprio per la forma delle foglie: il castagno le ha semplici, inserite alternate sul ramo, mentre l'ippocastano le ha composte. La sua corteccia è di colore rosso-bruna o grigio scura, molto liscia e quando invecchia si squama in piccole placche. I suoi fiori, ermafroditi, sono riuniti a pannocchie e sono costituiti da un piccolo calice a 5 lobi e una corolla con 5 petali bianchi e fioriscono tra aprile e maggio, regalando uno spettacolo cromatico.
Anche i semi dell'ippocastano che prendono il nome di castagna matta, sono simili alle castagne ma si distinguono per la forma diversa, più sferica. Hanno un sapore amaro e sono leggermente tossici quindi non commestibili. Nel passato venivano utilizzati come mangime stimolante per i cavalli, da qui il nome, che letteralmente significa castagno per cavalli.
Sono diversi anche i frutti, i ricci del castagno sono ricoperti da aculei sottili molto fitti, i frutti dell'ippocastano presentano aculei radi e tozzi. 

Lavanda selvatica

Archimissa, Ispigula areste, Spigu

LavandaIn primavera, nella macchia mediterranea più selvaggia, tra il cisto e il lentisco, spuntano i fiori viola- bluastri della lavanda selvatica. Già amata dai Greci e i Romani, per il suo profumo intenso, con cui di facevano piacevoli bagni, in Sardegna la lavanda selvatica veniva utilizzata, insieme all'elicriso, per bruciare le setole dai maiali macellati e profumare così la carne. In alcuni paesi, durante la Settimana di Pasqua, viene ancora raccolta per abbellire i rami di ulivo e le palme benedette, perché una leggenda vuole che la Madonna avesse steso i panni di Gesù su questa meravigliosa pianta profumata. 
La lavanda selvatica (lavandula stoechas), in sardo Archimissa, Ispigula areste, Spigu, Abioiè una pianta perenne a forma di cespuglio, dalle foglie piccole e strette, color grigio e molto profumate. Ama le posizioni soleggiate e un clima temperato. Le sue infiorescenze, portate da lunghi steli, sono delle spighe. Ogni spiga contiene diversi fiori molto profumati, che fioriscono da aprile fino a tarda estate. I fiori, contengono un'alta percentuale di oli essenziali. Anche se non completamente sbocciati, vengono raccolti e fatti essiccare all'ombra in luoghi asciutti. Quindi si conservano per tutto l'anno. Sono ottimi per profumare la biancheria e gli armadi ma anche per allontanare eventuali le tarme. Grazie alle proprietà cicatrizzanti, i suoi oli essenziali, anticamente, venivano miscelati all'olio d'oliva per curare i morsi degli insetti.
Non dimentichiamo che la lavanda selvatica è una pianta mellifera, cioè piace tanto alle api, per l'impollinazione e la produzione di un miele unico perché prodotto esclusivamente in Sardegna e nell'Isola d'Elba, il miele monoflora di lavanda selvatica, appunto.

 

Le voci del bosco

Dedico questa pagina ai Boschi della Sardegna, da me tanto amati, proponendo un passo dello scrittore Mauro Corona. Nel suo libro, “Le Voci del bosco”, Corona parla degli alberi e con gli alberi, individuandone carattere e inclinazioni. Le stesse voci le possiamo sentire nei boschi isolani perché Mauro Corona, con il suo animo gentile e la sua penna irruenta, mi ricorda la natura selvaggia della nostra terra e il temperamento dei sardi.

Buona lettura

Piante del bosco

 

"Ed ecco che i Faggi diventano ometti alle prese con lavori ripetitivi, fagocitanti, ignari di chi siano e del perché si affaccendino tanto.
Il Tasso è invece un Signore pieno di sé, le cui radici, forti e vigorose, lo isolano dalla plebaglia circostante, che egli giudica inferiore. Bello e raffinato è l’Acero, ma a tanta apparenza corrisponde un cuore fragile e arrendevole.
Il Nocciolo si distingue per la sua aria da eterno Peter Pan: se in compagnia fa il bulletto, da solo trema di paura. Il Pioppo antropomorfo è un povero disgraziato, senza pregi né qualità. Vive ai margini del mondo, è triste ma se ne sta da parte, rassegnato alla sua condizione.
La Betulla è di tutt’altra qualità: bella, raffinata, alta e perfetta, è una vera Regina, consapevole della propria grandezza, difficile da conquistare, un tantino superba e vanitosa ma anche terribilmente determinata e tenace. Decisamente arrogante e scontroso è il Noce, convinto di essere onnipotente, e non è da meno, in quanto a superbia, l’Agrifoglio, re dei narcisi. Se l’Acacia è inaccessibile e scontrosa, la Quercia è invece la classica donna dedita al focolare domestico, ben messa, poco avvenente. Solitario, saggio, alto e maestoso è l’Abete, chiamato il vecchio protettore. Ombroso all’apparenza, il Cirmolo cela un animo buono, disponibile, tranquillo e sereno. Simbolo dell’amore e dei sogni è il Ciliegio, mentre il Pero e il Melo sono degli allegri compagni di gioco. Il dignitoso Ulivo è l’albero universale per eccellenza"

Palma nana

Pramma agreste, Buatta

palma nana

La palma nanapalma di San Pietro, (nome scientifico Chamaerops humilis L.è un arbusto cespuglioso della macchia mediterranea, con fusto breve tipico nelle zone  a pascolo e fusto alto nelle zone più inaccessibili. In Sardegna si trova soprattutto in zone calde, vicino alle coste; predilige terreni soleggiati, rocciosi o sabbiosi e teme il freddo intenso.
I greci la chiamavano phoenix chamaeriphes, letteralmente "palma gettata per terra", per il suo portamento: si presenta come un cespuglio sempreverde, che può raggiungere altezze sino a 2 metri.
Le foglie sono larghe a ventaglio, rigide ed erette, sostenute da lunghi piccioli spinosi riuniti a ciuffi sulla sommità del fusto, di colore verde sulla pagina superiore e quasi bianco sulla pagina inferiore.
I suoi fiori sono portati da infiorescenze a pannocchia, corte e ramificate, di colore giallo, con piccoli peduncoli; il loro periodo di fioritura  va da maggio a giugno.
I frutti raddensati sono drupe con polpa assai fibrosa di colore verde nelle prime fasi, poi giallo-rossiccio, e infine marroni a maturità; non sono commestibili.
Già dai tempi dei romani la palma nana veniva utilizzata come pianta ornamentale, uso diffuso nell'epoca dei giardini romantici di fine '800 fino ai nostri giorni.
Anticamente le sue foglie venivano raccolte durante le ore più calde delle giornate estive; le mettevano ad essiccare in ambienti asciutti e ben areati così da preservarne l'integrità e le caratteristiche morfologiche.
Ancora oggi artigiani locali continuano questa tradizione: le foglie così essiccate venivano e vengono utilizzate per la tessitura di canestri, corbule e cestini, destinati all'uso domestico.
La tecnica dell'intreccio è quella a spirale a punto fisso o attorcigliato che solo mani esperte sanno realizzare.

Peonia di montagna

Arròsa de monti

peonia

Ad aprile e maggio tra le rocce dei freschi altopiani del Gennargentu e del Monte Linas fino ad arrivare ai Monti di Marganai e del Limbara, sboccia una rosa selvatica, che annuncia l'arrivo della primavera, è la peonia di montagna, I pastori la chiamano, S’arrosa de monti, perché cresce solo lontano dal mare, dove l’inverno colora di bianco ogni cosa.
La peonia rosa ama il fresco e vegeta tra i 600 e i 1200 m. Durante il periodo della sua fioritura regala esemplari, bellissimi e molto folti, spandendo intorno un delizioso profumo speziato. Non appartiene alla famiglia delle Rosaceae, ma la sua famiglia botanica è quella delle Paeoniaceae, in particolare alla sottospecie Paeonia mascula. 
I suoi fiori ermafroditi, grandi 8-15 cm, hanno un colore che varia dal rosa al  rosso porpora, in perfetto contrasto con il verde oliva delle sue foglie e con il verde boschivo tipico del paesaggio in cui vivono.
I suoi frutti tomentosi, con  tanti semi, sono piccoli, neri e lucenti.
Grazie a questa particolare caratteristica, già nota ai romani, la peonia rosa è stata catalogata tra le
 erbe della luna che brillano la notte come astri. Secondo la medicina antica la peonia era capace di curare malattie considerate lunari, come l’epilessia, la follia e i disturbi nervosi. Scacciava infine gli incubi e proteggeva dai sortilegi.
Diventato il fiore simbolo della Sardegna è purtroppo a rischio estinzione tant'è che è stato inserito nella lista rossa dell’Uicn (Unione internazionale per la conservazione della natura).

Se abbiamo la fortuna di ammirarlo durante le nostre escursioni o scampagnate ricordiamo di prendercene cura, difendendolo anche da coloro che vorrebbero reciderlo o portare via i suoi bulbi da trapiantare nel giardino di casa. E come disse Aristotele “In tutte le cose della natura esiste qualcosa di meraviglioso", quindi che motivo abbiamo di forzare la natura?
Per secoli assieme alle altre piante officinali, la S’arrosa de monti ha fiorito sulle pagine degli erbari, sugli scaffali degli speziali e anche nei giardini dei semplici, ora è tempo di lasciarla fiorire in montagna.

Pungitopo

Ruju che frusciu
(rosso come le bacche del pungitopo)

Pungitopo

Nel freddo dell'inverno, la macchia mediterranea e il sottobosco si macchiano di rosso. Piccole bacche scarlatte, lucide e turgide, sbucano preziose tra il verde dei fusti e delle foglie, annunciando l'arrivo del Natale e del nuovo anno. Sono le bacche del pungitopo, i frutti di una pianta sempreverde, indicatrice di mediterraneità e componente del sottobosco di pinete e leccete.
Presente in gran parte dell'isola, il pungitopo è, assieme all'agrifoglio, il simbolo di Natale, della luce e della abbondanza. Considerata pianta di buon auspicio di fertilità dell'anno che incalza, la sua presenza nella vita quotidiana si ricollega a diverse storie e leggende creando intorno a sé, una soffusa magia.
Secondo una leggenda di origini cristiane, le foglie di spine rievocherebbero quelle della corona di Cristo e le bacche, il rosso del suo sangue.
Anticamente i contadini e i pastori raccoglievano piccoli mazzi della pianta pungente e li sistemavano vicino alle provviste e sulle travi delle cantine, per tenere lontani i topi, soprattutto dai salumi e dai formaggi messi lì ad disseccare; da qui il suo nome, pungitopo. Si credeva anche che tenesse lontane le streghe, tanto che ogni famiglia aveva un rametto appeso alla porta di casa. 
Fino a qualche decennio fa in Sardegna, gli spazzacamini utilizzavano fascine di pungitopo per pulire i camini.
In cucina, le donne di un tempo tostavano i semi che venivano impiegati come sostitutivi del caffè, di difficile reperibilità.

Sambuco

Sambucu, Sauccu, Scovedu

Frutti di sambuco

Il sambuco, sambucus nigra, è una piccola pianta molto diffusa in tutta Europa e nel Mediterraneo, soprattutto nella macchia e in prossimità di ruderi, talvolta anche nei boschi. Predilige gli argini e i greti di ruscelli. Anticamente si credeva che le streghe potessero trasformarsi in sambuchi per sfuggire all'Inquisizione, da qui l'idea che fossero alberi stregati. Un sambuco, piantato vicino alla casa, proteggeva dagli incantesimi malvagi, dai ladri e dai serpenti.
Il sambuco è sicuramente un arbusto generoso. La sua corteccia, che si stacca in primavera e in autunno, è un ottimo ingrediente per decotti e bevande a miscelare con il vino. I suoi fiori, piccoli e bianco-giallo fioriscono da aprile a giugno e sono utilizzati per aromatizzare dolci e vini. Con i frutti del sambuco, nero-viola dalla polpa succosa, che arrivano a maturazione tra agosto e settembre, si preparano ottime marmellate, si colorano e si profumano bevande e acquaviti fatte in casa. 
Le bacche e il loro succo, fermentato o fresco, erano utilizzati per produrre inchiostri, che viravano dal blu, al nero, dal marrone al lilla e rosso. Usanza vuole che  le donne, non più giovani, si tingessero i capelli di un colore rosso scuro, facile da eliminare e totalmente innocuo per la pelle. Ricordiamo che le foglie fresche e i frutti non maturi sono velenosi e il loro uso deve essere sempre ponderato.
Dal tronco del sambuco si ricava, anche, un ottimo legno per intagliare flauti magici e fischietti incantatori tanto amati dalle... janas.

Zafferanastro giallo

Sternbergia lutea

zafferanastro

In autunno la campagna si colora di toni caldi e avvolgenti. Tra i ricci spinosi delle castagne e le foglie cadute si intravedono dei piccoli crocus giallo-dorati. Sono i fiori della Sternbergia lutea, comunemente conosciuta come zafferanastro giallo. La loro fioritura inizia a settembre e si protrae fino a novembre inoltrato. Insieme ai fiori vengono prodotte le foglie verdissime, leggermente carnose. Il fogliame della Sternbergia lutea rimane in vegetazione fino alla primavera, quando dissecca per preparare la pianta al riposo vegetativo estivo. Il suo bulbo è altamente tossico.
Generalmente si trova fino ad un'altitudine di 1200 m. con popolazioni esigue, lo zafferanastro giallo è catalogato tra le specie di fiori spontanei della Sardegna, molto raro e in via d’estinzione. Attenzione quindi quando andiamo per boschi, a non calpestarlo o reciderlo.

 

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