

L'agrifoglio, simbolo dell'inverno e del Natale, è stata considerata una pianta portafortuna ancor prima del Cristianesimo. Si credeva proteggesse
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La produzione dolciaria in Sardegna si basa in prevalenza sull'uso delle mandorle, ma purtroppo negli ultimi decenni la mandorlicoltura sarda rappresenta solo il 3,7% della produzione nazionale, a vantaggio del mercati esterni.
Madre natura ha dotato l'isola di risorse straordinarie dal punto di vista ecologico e climatico, risorse che possono favorire il ritorno della coltivazione di mandorle ad un alto livello economico oltre che aggiungere bellezza al paesaggio.
Gli alberi di mandorlo sono i primi a fiorire in primavera e talvolta nel tardo inverno. Abbelliscono borghi e comuni, siti archeologici, ex minerari e termali. I loro fiori, bianchi con striature rosa, simboleggiano la speranza e il ritorno in vita della natura dopo l'inverno, ma anche la delicatezza e la fragilità, poiché sfioriscono in breve tempo.
Nella speranza di riportare altra bellezza nelle nostre campagne, recuperiamo le cultivar isolane più antiche come: Arrubia, Bianca, De Su Cramu, Folla ‘E Pressiu, Grappolina, Niedda, Menduedda De Mrasciai, Schina de Porcu e Stamasaccusu.
In questo spirito di rinascita InsulaGolosaRicette propone un dolce classico, la torta alle mandorle sarde, una delizia per il palato.

Nell'antichità la mela era una delle manifestazioni più elevate che la madre terra potesse elargire. Simbolo di fertilità e amore, di immortalità e conoscenza, è stata protagonista di miti, storie e aneddoti.
Oggi è il frutto più comune al mondo, ma non per questo tutelato, tant'è che alcune varietà antiche sono andate perdute per sempre. Per millenni l'opera di difendere e conservare gli alberi da frutta era compito delle donne. Il loro compito è delegato, ora, a tutti noi.
La Sardegna, per la sua insularità, è riuscita a preservarne un buon catalogo.
Le varietà di mela sarda hanno nomi molto curiosi: la Nuchis, rossa e croccante, un po' acidula, si conserva bene fino a 6 mesi. La Rosa di Giugno che assume la colorazione rossa della polpa se conservata in frigo. La Tempra Orrubia della Barbagia di Belvì e Orotelli, ovvero la mela dalle guance rosse, per il colore della buccia che passa dal giallo-verde al rosa-rosso e che ricorda le guance dei bambini.
E altre ancora... la Miali di Sassari, Apione di Lanusei, De Jerru di Aritzo, Appio di Bonarcado, Noi Unci della Gallura e del Monte Limbara e la Royal Gala di Lanusei.

Per noi isolani, sognatori e golosi, l'inizio della primavera è sinonimo di fragole, ma solo quelle di Arborea, rosse, gustose, la cui bontà non trova eguali.
Non se ne dispiacciano i nostri connazionali del Nord Italia. Dopotutto ad Arborea le fragole sono coltivate dai discendenti dei coloni che intorno al 1928 arrivarono dal Veneto e Piemonte per praticare l'agricoltura e l'allevamento di bestiame.
Pensate che la fragola è stata uno dei primissimi prodotti coltivati nella bonifica di Arborea, e ancora oggi la sua coltivazione è tipica ed esclusiva di quel territorio. La varietà più coltivata è Nabila, dal sapore molto gradevole e con una buona componente zuccherina.
La fragola è un frutto aggregato, dall’insieme di semi che le compongono. E' ricchissima di vitamine A, B1, B2, e soprattutto C, fosforo, calcio, ferro, pectine, flavonoidi e acido salicilico. Quindi non sentiamoci in colpa se ne mangiamo in quantità, abbiamo un perfetto alibi.

Fino a qualche decennio fa, la festa di San Valentino, tanto attesa dagli innamorati, non veniva festeggiata in Sardegna, ragion per cui non esistono feste o sagre folckoristiche.
Esiste però un piccolo paese, nel cuore della Sardegna, Sadali, dove una cascata, dedicata a San Valentino, vanta un salto di 7 metri, nel pieno centro abitato. Caso unico in tutta Europa. Le acque della cascata confluiscono in una voragine sotterranea "Sa Ucca Manna", la bocca grande.
L'acqua continua la sua strada per 150 metri e finisce a valle dove i campi coltivati brillano rigogliosi. In epoca feudale l'acqua veniva utilizzata per alimentare i diversi mulini. Ancora oggi si può visitare un mulino ad acqua, poco distante dalla cascata e dalla chiesa cinquecentesca di San Valentino. In inverno aumenta la sua portata e lo spettacolo è garantito. Che ne dite di fare una gita fuori porta e festeggiare San Valentino con la dolce metà? Non dimenticate di preparare il dolce degli innamorati, la torta a forma a cuore.

La primavera è finalmente arrivata. La campagna è vestita a festa. I prati sono ricoperti da una miriade di fiori dalle mille sfumature di colore. Negli alberi i primi germogli si aprono al sole e il cinguettio degli uccelli si espande dappertutto annunciando la rinascita della natura e l'arrivo della Santa Pasqua.
In Sardegna la vera festa inizia prima ancora de Sa Pasca Manna, ovvero la Domenica di Pasqua.
Nelle settimane precedenti, le donne percorrono a piedi antichi sentieri alla ricerca della palma nana. Raccolgono le giovani foglie e le intrecciano creando delle vere opere d'arte che poi verranno benedette durante la Domenica delle Palme.
Le giornate corrono veloci. La Pasqua si avvicina e tra i tanti impegni quotidiani non dimenticando di preparare il pane e i dolci tradizionali come segno di riconoscenza al creato e alla natura.
Le loro cucine odorano di fragranze e aromi quasi fossero laboratori di profumi. Ricotta, zafferano, spezie coltivate nell'orto, invadono gli spazi, regalando emozioni e aspettative.
In questa pagina, però, vogliamo parlare di un dolce che non appartiene alla cucina tipica sarda...! Scopriamo insieme la ricetta del dolce misterioso ♥ e auguriamo a tutti i lettori Buona Pasqua ♥

L'agrifoglio, simbolo dell'inverno e del Natale, è stata considerata una pianta portafortuna ancor prima del Cristianesimo. Si credeva proteggesse gli abitanti delle case da demoni e streghe. Tradizione vuole che fosse presente in tutte le case, anche delle famiglie più povere.
Le sue bacche rosse simboleggiano la fertilità durante l'oscurità dell'inverno, e la promessa del ritorno della luce e del calore. La loro maturazione coincide infatti con la rinascita del sole al solstizio d'inverno. Il solstizio era simbolicamente rappresentato da una battaglia tra la quercia estiva e, appunto, l'agrifoglio invernale.
Carruba, Garrofa, Silibba, Silimba, Thilibba, Thilimba

Il carrubo è un arbusto sempreverde con chioma tondeggiante e espansa.
In Sardegna è conosciuto come Silibba e si trova soprattutto nelle zone orientali e meridionali, nei territori più caldi della macchia mediterranea insieme all'olivastro, alla palma nana, alla fillirea maggiore, al lentisco, al mirto e ad altre specie arbustive ed erbacee. Non supera mai l'altezza di 10 metri e la sua crescita è lenta ma può vivere fino a 500 anni.
I frutti, le carrube, maturano tra agosto e settembre dell’anno seguente alla fioritura, che va da agosto fino all'inverno più freddo (gennaio-febbraio).
Essi sono dei baccelli simili a quelli delle fave, lunghi fino a 20 cm e larghi 2-3 cm nel cui interno si trovano fino a 15 semi di carruba che, una volta essiccati, vengono macinati per la produzione della farina di carruba, un ottimo sostituto della polvere di cacao: ricca di fibre, ma povera di grassi e, come il cacao, fonte di antiossidanti, ma senza apporto di caffeina. Grazie al suo sapore di cioccolato, è perfetta per prodotti da forno e biscotteria. Ma anche di liquori e sciroppi.
Kastangia, 'astanza

Il castagno è un albero imponente, con lunghe fogli seghette e con frutti racchiusi in ricci spinosi che si schiudono da ottobre a novembre. I suoi fiori fioriscono a maggio fino a tarda estate: quelli maschili si presentano lunghi e gialli, mentre quelli femminili sono meno evidenti. La sua corteccia, bruno-rossa, si presenta rugosa e screpolata.
Cresce nelle zone montane fra i 700-1000 m di altitudine, in particolare nel Gennargentu, prediligendo i substrati silicei. Si ritiene che buona parte delle superfici forestali a castagno siano derivate da una rinaturalizzazione di antiche coltivazioni abbandonate nel tempo.
Scopa mascius, sabina femina, tuvura, Era, Kastanariu, Iscoba

Il paesaggio sardo, in primavera, si veste di tanti colori. Tra la macchia spuntano anche i piccoli fiori penduli dal color bianco crema dell'erica arborea, un piccolo arbusto sempreverde, appartenente alla famiglia delle Ericaceae. La sua fioritura si ha fra gennaio e marzo con fiori bianchi o rosati, come campanule, riuniti in infiorescenze a grappolo, dal profumo elegante.
L'arbusto si presenta con una corteccia rossastra, e numerosi rami a portamento quasi eretto. Le sue foglie sono aghiformi, coriacee e persistenti, sono di un verde scuro brillante.
Mentre i suoi frutti sono capsule contenenti numerosi piccoli semi.
L'erica arborea resiste al passaggio del fuoco emettendo nuovi getti dalla radice. Il suo è un ottimo legno per lavori al tornio o di intarsio. E i suoi “ciocchi”, i ceppi radicali, molto duri e poco combustibili, vengono utilizzati per la fabbricazione delle pipe di erica bianca. Le venature del legno risultano più evidenti con la lucidatura.
E' chiamata anche la scopa dei boschi perché con le sue fronde si costruivano scope grossolane, per le aie e per gli ovili. Dal ceppo radicale d'erica sarda si confezionavano le pipe, considerate le migliori del mercato.
L’Erica non viene utilizzata in cucina, ma è una pianta mellifera, molto amata dalle api che bottinano i suoi fiori e ci regalano un miele scuro e dal profumo delicato e sottile dalle grandi qualità organolettiche. Plinio, già in tempi passati, lo soprannominò miele ericeo.
Kastangia burda, Castànza de India

Nei giardini, nei parchi, nei viali, nelle case cantoniere e nei giardini di scuole o di edifici pubblici si può ammirare un albero molto appariscente e gradevole, è l'ippocastano.
Originario della penisola Balcanica, in Sardegna fu introdotto all’inizio del 1800 dal Marchese di Vallermosa a Villa d’Orri a Capoterra. Nei boschi e nelle foreste è praticamente inesistente.
Molto simile al castagno, l'ippocastano è un albero caducifoglio maestoso ed elegante, dall'aspetto tondeggiante; può raggiungere i 20-30 metri di altezza con una chioma allungata e ampia, molto ombrosa. Le sue foglie seghettate, sono di color verde brillante nella parte superiore e verde più chiaro in quella inferiore. In autunno assumono una tipica colorazione gialla-rossastra.
Archimissa, Ispigula areste, Spigu
In primavera, nella macchia mediterranea più selvaggia, tra il cisto e il lentisco, spuntano i fiori viola- bluastri della lavanda selvatica. Già amata dai Greci e i Romani, per il suo profumo intenso, con cui di facevano piacevoli bagni, in Sardegna la lavanda selvatica veniva utilizzata, insieme all'elicriso, per bruciare le setole dai maiali macellati e profumare così la carne. In alcuni paesi, durante la Settimana di Pasqua, viene ancora raccolta per abbellire i rami di ulivo e le palme benedette, perché una leggenda vuole che la Madonna avesse steso i panni di Gesù su questa meravigliosa pianta profumata.
Dedico questa pagina ai Boschi della Sardegna, da me tanto amati, proponendo un passo dello scrittore Mauro Corona. Nel suo libro, “Le Voci del bosco”, Corona parla degli alberi e con gli alberi, individuandone carattere e inclinazioni. Le stesse voci le possiamo sentire nei boschi isolani perché Mauro Corona, con il suo animo gentile e la sua penna irruenta, mi ricorda la natura selvaggia della nostra terra e il temperamento dei sardi.
Buona lettura

Pramma agreste, Buatta

La palma nana, o palma di San Pietro, (nome scientifico Chamaerops humilis L.) è un arbusto cespuglioso della macchia mediterranea, con fusto breve tipico nelle zone a pascolo e fusto alto nelle zone più inaccessibili. In Sardegna si trova soprattutto in zone calde, vicino alle coste; predilige terreni soleggiati, rocciosi o sabbiosi e teme il freddo intenso.
I greci la chiamavano phoenix chamaeriphes, letteralmente "palma gettata per terra", per il suo portamento: si presenta come un cespuglio sempreverde, che può raggiungere altezze sino a 2 metri.
Le foglie sono larghe a ventaglio, rigide ed erette, sostenute da lunghi piccioli spinosi riuniti a ciuffi sulla sommità del fusto, di colore verde sulla pagina superiore e quasi bianco sulla pagina inferiore.
Arròsa de monti, rosa de monte, arròsa de padenti, arròsa piònica, arròsa de margiani, rosa de coga.

Ad aprile e a maggio tra le rocce dei freschi altopiani del Gennargentu e del Limbara del fino ad arrivare ai Monti di Marganai e del Monte Linas, sboccia una rosa selvatica, che annuncia l'arrivo della primavera è la peonia rosa di Moris, una specie endemica del sistema Sardo-Corso.
I pastori la chiamano, S’arrosa de monti, la rosa di montagna perché cresce solo lontano dal mare, dove l’inverno colora di bianco ogni cosa.
La peonia rosa ama il fresco e vegeta tra i 600 e i 1200 m. Durante il periodo della sua fioritura regala esemplari bellissimi e molto folti, spandendo intorno un delizioso profumo speziato.
Non appartiene alla famiglia delle Rosaceae, ma la sua famiglia botanica è quella delle Paeoniaceae, in particolare alla sottospecie Paeonia mascula. a pianta è debolmente tossica.
La specie è dedicata al botanico torinese Giuseppe Giacinto Moris (1796-1869), autore di Flora della Sardegna. Il nome corretto di questa specie è probabilmente Paeonia corsica Sieber ex Tausch.

Nel freddo dell'inverno, la macchia mediterranea e il sottobosco si macchiano di rosso. Piccole bacche scarlatte, lucide e turgide, sbucano preziose tra il verde dei fusti e delle foglie, annunciando l'arrivo del Natale e del nuovo anno.
Sono le bacche del pungitopo, i frutti di una pianta sempreverde, indicatrice di mediterraneità e componente del sottobosco di pinete e leccete.
Presente in gran parte dell'isola, il pungitopo è, assieme all'agrifoglio, il simbolo di Natale, della luce e della abbondanza. Considerata pianta di buon auspicio di fertilità dell'anno che incalza, la sua presenza nella vita quotidiana si ricollega a diverse storie e leggende creando intorno a sé, una soffusa magia.
Si dice che in Sardegna ci siano più pecore che abitanti. Non so se questo sia vero ma è certo che i sardi hanno gran rispetto per le pecore, perché sono fonte di reddito e alimento base della gastronomia tradizionale.
Infatti grazie alla fantasia e alla praticità dei pastori, le par
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